PRESENTAZIONE
Bruscamente e tragicamente il 9 luglio 1952 la crudeltà del destino, come non
pochi ancora ricordano, nella bellunese
piazza Piloni, stroncò l'esistenza operosa di
Giorgio Pasquali, uno dei maggiori filologi, non soltanto italiani e
non soltanto classici, del XX secolo. Con quella morte quasi subitanea, che
turbò amici e colleghi universitari e colpì assai anche il mondo
bellunese, s'interruppe il fedele ed estivo legame
che, da molti anni ,univa l'eminente studioso sia
alla città di Belluno sia agli ambienti di Cortina d'Ampezzo.
Nel cinquantenario della dolorosa scomparsa, il Liceo Classico Tiziano, scuola
di lunga tradizione umanistica, ha voluto rendere omaggio all'eminente
filologo, dedicandogli una giornata di studi ed invitando discepoli diretti
del Pasquali e altri studiosi che lo avessero
conosciuto o ne avessero studiato l'ampia produzione scientifica,
affinchè, nella città, in cui si era spento, se ne
rievocasse la memoria in forma degna del suo alto magistero universitario
romano, messinese, pisano e fiorentino. Magistero
che formò , alla scuola Normale Superiore di Pisa,
anche l'attuale Presidente della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio
Ciampi.
All'iniziativa della scuola hanno subito aderito l'Assessorato alla Cultura
del Comune di Belluno, la Biblioteca Civica, l 'Associazione
ex alunni del Tiziano e chi scrive, il cui compito, inizialmente fu quello di
contattare studiosi e personalità del mondo accademico in Italia e all'estero.
Nel corso della mia ricerca, ovunque ricevetti parole di vivo consenso
all'iniziativa, ma purtroppo di altrettanto vivo rammarico, perché obblighi,
precedentemente assunti, vietavano ad alcuni degli
interpellati di assicurare una presenza fisica, mentre ad altri la data
prevista (6 Dicembre 2002) offriva di per se stessa prospettive climatiche non
sempre gradevoli in una località circondata dai monti.
Fu così giocoforza rinunciare alla presenza di
Umberto Albini, scolaro diretto del Pasquali, perché impegnato in Siracusa per
l'Istituto del Dramma antico, nonché a quelle dei
pasqualiani Maria Luisa Altieri
Biagi e Manfredo Manfredi.
Queste, peraltro giustificate, assenze impedirono che giungessero a Belluno
voci delle Università di Genova, Bologna e Firenze. Non andò a buon fine
nemmeno il mio invito personale a Rainer
Thurnher dell'Università di
Innsbruck, dal quale ci si sarebbe potuta
aspettare una comunicazione sulla dibattutissima
questione della Settima Lettera platonica, cui il collega
enipontano aveva dedicato, nel 1975,
un'interessante monografia, acquisendo in tal modo legittimo posto in un
àmbito annoverante il noto libro
pasqualiano sulle Lettere platoniche
(1938), al quale, nel 1947, segui quello diversamente impostato del mio
maestro liceale e poi cattedratico cagliaritano e torinese, Antonio Maddalena.
Per qualche tempo ci arrise la speranza che arrivasse
a Belluno Carlo Ferdinando Russo, scolaro del Pasquali, figlio dell'eminente
italianista Luigi, cattedratico universitario in Bari e direttore della nota
rassegna di varia umanità "Belfagor".1
Gli organizzatori bellunesi e io stesso
contavamo di avere in lui il moderatore ideale
della manifestazione e confidavamo addirittura in una sua relazione. Ma
all' inizio di novembre, con nostro vivo
dispiacere, egli scrisse di non volersi assentare da Bari così prossima alle
aree colpite gravemente dai recenti fatti sismici molisani, perché non gli
pareva giusto "lasciare, anche solo per qualche giorno, i luoghi ove sono
insegnante dal 1950 e dove anche intervengo talvolta come persona ”civile-belfagoriana"
Alla fine dello stesso mese, mi scrisse per ribadire
il disappunto di non poter essere a Belluno e per accennarmi a un pur lieve
malanno fisico ostacolante la deambulazione. 2
A lui dobbiamo essere grati per numerosi suggerimenti, in particolare per
averci indicato come possibile re latore Gian Paolo Marchi, ordinario di
letteratura italiana nell'Università di Verona.
Sfumata la lusinghiera possibilità di avere come coordinatore del convegno uno
studioso di grande autorità qual è il Russo,
assunsi io quel compito, sebbene per la mia specifica qualificazione
professionale, non mi sentissi proprio di essere il più adatto a svolgerlo in
campo fondamentale filologico.
Mi rasserenò il pensiero che lo stesso Pasquali aveva della filologia un
concetto tutt'altro che riduttivo e che nella sua
vasta opera i problemi storici erano componente
essenziale della sua riflessione.
Un esempio fra i molti è dato dal notissimo saggio La grande Roma dei
Tarquinii del 1936, inteso a dimostrare che
già, nel VI secolo a.C.,
Roma era una potenza considerevole in ambito mediterraneo per i suoi rapporti
con Cartagine e con il mondo greco e per la
funzione del suo porto tiberino nel commercio del legname. Quel saggio
esercitò a lungo grande influenza negli studi sulla Roma regia e la sua
lettura resta stimolante anche oggi, benché le sue
conclusioni siano state sottoposte in anni recenti a non trascurabili
critiche, com’è dimostrato dalla discussione degli argomenti addotti dal
Pasquali, sviluppata da Emilio Gabba.
Resta comunque il fatto che per il Pasquali la
filologia non era un hortus
conclusus riservato a "élites"
di specialisti, ma, in una visione di genesi platonica, si configurava
come scienza della parola esprimente ogni forma del pensiero umano e perciò
attiva in tutti ì fenomeni storici.
Risultata
impossibile la partecipazione congressuale dì allievi diretti dell'insigne
studioso, ci si rivolse a generazioni più giovani, dalle quali vennero cinque
ragguardevoli contributi, imperniati, forse
giustamente, più sulla personalità globale che su singoli scritti del
Pasquali.
Questo fu dunque l'antefatto del convegno che, alla data stabilita, si svolse
nella sala intitolata all'educatrice bellunese
Pierina Boranga, nel palazzo
Crepadona.
Con appropriate parole, lo aprì il Vicesindaco a
nome dell'Amministrazione comunale di Belluno in. un'atmosfera
che ebbe un momento di solennità, quando fu letto il messaggio del Presidente
Ciampi, dove l'allievo di anni lontani rendeva
omaggio" all'erede e continuatore della nostra grande tradizione classica,
raffinato grecista", trasmettitore di "un prezioso patrimonio di studi che
esalta l'influenza della civiltà umanistica sull'italianistica":
giudizio consentaneo allo spirito ani- matore del
convegno.
Spettò a Daniela Goldin
Folena, professore straordinario di letteratura italiana
nell'Università di Padova, l'impegno della prima relazione.
La qualificavano due motivi: il titolo Maestri e allievi:
la scuola di Pasquali e la circostanza che da lei, moglie del compianto
Gianfranco Folena, diretto allievo
pasqualiano e a sua volta insigne maestro di
storia della lingua italiana e dì fìlologia
romanza, potevano essere offerti agli uditori echi numerosi e precisi.
del magistero pasqualiano
nel ricordo anche scritto del Folena, per un
quarantennio docente nell'Università di Padova e promotore instancabile di non
poche iniziative culturali di alto livello.
La Goldin ha saputo ripercorrere, anche come
scolara del Folena, il rapporto scientifico che
unì i due maestri "veri", come li ha bene definiti,
che della cultura facevano "veicolo di verità" attraverso la collegialità
della ricerca realizzata nei seminari creatori di allievi e spazianti su
varietà di problemi senza vincoli burocratici di contenuti disciplinari, ossia
senza steccati fra gli insegnamenti, in una sorta di "polifonia" tanto
cara al Folena. E del Pasquali
sono stati così rievocati i singolari contatti iniziali con gli studenti,
intesi a conoscerne "l'eziologia domestica", la realtà che circonda e spesso
condiziona l'uomo fin dal suo nascere, la convinzione che in tutte le scienze
"l'oggetto [...] rimane
sempre l'uomo", bisognoso di cognizioni sicure di sintassi e lessicologia,
senza eccesso d'interpretazioni o caratterizzazioni psicologiche.
Per queste e altre tematiche di non minore
interesse .la Goldin si
è mossa opportunamente attraverso illuminanti pagine
foleniane, che contrastano spesso con odierne tendenze improntate a
superficialità e facilismi didattici, e ha
ripetuto giustamente il giudizio del suo maestro: " Pasquali in ogni sua
pagina sapit philologum
( ma un filologo così poco libresco e accademico, e così sperimentale), e
sempre poi il filologo sapit
hominem"
Egli guardava attento a qualsiasi possibilità di
esperienza gli venisse dal mondo nel quale gli capitava di trovarsi,"
in un dialogo fitto e pieno di simpatia umana, spesso ripreso a
distanza di tempo con nuovi elementi" .
Nel 1985, come ha..rievocato
la Goldin, il Folena
scrisse che, a cent'anni dalla nascita del .suo
maestro "la forza del filologo sovrano antico-moderno e l' attualità del suo
insegnamento universitario e umano non appaiono certo affievolite, né
minimamente si appanna il ricordo di lui, nonostante il correre degli anni e
lo sfoltirsi della cerchia dei testimoni".5
Diciott'anni più
tardi, per merito della Goldin, è possibile
confermare tale giudizio, del quale la riconoscente celebrazione
bellunese rimane testimonianza emblematica.
L'accenno del Presidente Ciampi al rapporto fra
civiltà umanistica e italianistica.
ha trovato amplissimo riscontro nella relazione di
Gian Paolo Ma:rchi : Giorgio.Pasquali
a cinquant ' anni dalla
scomparsa. Il contributo all'italianistica di
un fìlologo classico.
Sottolineata la compresenza di lingua volgare e di1ingua latina dai
primi documenti in volgare all'opera di Giovanni Pascoli, egli ha discusso e
chiarito l'uso di rinvii, citazioni, fìligrane e
allusioni da parte dei poeti come mezzo per aggiungere alle loro creazioni
quella "carica emotiva di cui il lettore già dispone sulla base di precedenti
incontri poetici" e, dopo avere definito la poesia imparagonabile espressione
di un sentimento individuale", ha dato giusto rilievo al fatto che il Pasquali
cercava nella poesia dotta non reminiscenze, ma allusioni, evocazioni e
citazioni capaci di produrre nel lettore l'effetto voluto dal poeta, soltanto
qualora il lettore ricordasse i testi richiamati: situazione riscontrabile
pure nella musica e nelle arti figurative.
Di fronte alla nota questione fino a qual punto il
Pasquali si possa dire filologo, il Marchi si è dimostrato più propenso
alla tesi che fosse" più filologo che critico", ma che filologia e
critica fossero in lui "operazioni inscindibili".
Di qui, breve è stato il passo alla considerazione del
Pasquali nell'ambito dell'italianistica,
dove il maestro fiorentino negava al Petrarca la
ricorrente definizione di "Vater
der Neuzeit"(capostipite
della modernità) o di "rappresentante schietto del Rinascimento", mentre lo
riteneva nella scia. della tradizione classica
barocca, alla quale il Marchi ha. aggiunto echi
agostiniani non estranei nemmeno a Tommaso d'Aquino.
Su questi argomenti si potrebbe a lungo discutere, anche perché è noto che le
idee del Pasquali incontrarono autorevoli dissensi,
per esempio quello di Benedetto Croce, su cui si possono leggere testimonianze
di Pietro Pancrazi nella corrispondenza con il mio caro maestro
Manara Valgimigli,
pure lui tanto sensibile a proposito della natura e dei compiti della
filologia, che " ha torto, quando non si risolve in poesia (nei casi in
cui avrebbe questo obbligo)".6
Per restare all'italianistica, mi limito a
menzionare qualche punto ulteriore toccato dal
Marchi nella sua bella relazione: il Pasquali nutriva altissima stima di
Michele Barbi per il libro La nuova filologia e l'edizione dei nostri
scrittori da Dante a Manzoni( 1938); s'impegnava
in critica a scritti di grammatica e linguistica; esprimeva valutazioni
positive di Giovanni Pascoli e Gabriele d'Annunzio, mentre contestava certi
toni di degnazione paternalistica o di prassi educativa nel Cuore di
Edmondo de Amicis.
Importante è l'opinione sul Pascoli, cui, come ha
osservato il Marchi, il Pasquali riconosceva sensibilità modernissima espressa
con strumento linguistico latino.. E, proprio riflettendo sul latino
pascoliano, il grande classicista sarebbe giunto a
formulare una delle sue tesi più significative, in polemica con i negatori di
"una poesia in lingua morta", espressione alla quale egli contrapponeva un
concetto degno di attenta discussione: "Poesia di lingua morta, dunque, non
esiste; o forse ogni poesia è di lingua morta"
Per il Marchi questa sentenza va considerata ," la
sua più alta intuizione di filologo e di lettore di poesia".
Il che è come dire che, proprio in una lingua morta
o creduta tale, può risiedere la forma eccelsa della poesia. Paradosso
o verità?
Trattando di Giorgio Pasquali,un
intellettuale e il suo tempo (titolo sostituito a quello inizialmente
proposto: 1ntervento stravagante), Alessandra Coppola, professore
straordinario di storia greca nell'Università di Padova, ha voluto affrontare
due argomenti dai delicati risvolti nella biografia
pasqualiana: lo stretto legame dell'insigne filologo con il mondo
culturale tedesco, a lui ben noto per soggiorni a
Gottinga e Berlino; la sua posizione nei confronti del fascismo.
Ma l'indagine non ha omesso altri non trascurabili punti, che
rapidamente segnalo: i giudizi sul Pasquali da
parte di Gaetano De Sanctis, che nel 1914 lo
diceva " nemico delle sette e degli imbrogli " (e tale fu sempre il Pasquali),
e di Arturo Carlo Jemolo, che nel 1969 ne
sottolineava la recisione talora perfino ingiusta nel giudicare, ma "con una
schiettezza che disarmava"; gli studi pasqualiani
su Callimaco in polemica con il Kalypso
(1914) di .Aldo Ferrabino, mio futuro maestro
in Padova, e il connesso interesse per Cirene greca (1915), in tempi di
colonialismo italiano in Libia .
Ma ritorniamo ai due argomenti di fondo. La
simpatia per la vita e la cultura tedesca dovette.
influire sulla condivisione
pasqualiana del neutralismo desanctisiano
nella prima guerra mondiale, dopo la quale, nel 1920, .come
ha notato la Coppola, rimase intatto l'attaccamento a un inondo che rischiava
di scomparire., quello che, almeno in ambito scientifico, era stato tipico
della Germania imperiale.
La nostalgia appare manifesta in un libro sui socialisti tedeschi, che
dimostra l'apertura di orizzonti problematici
propria del pur professionalmente filologo.
La Coppola ha escluso, credo giustamente, che il Pasquali
nutrisse simpatie per il nazismo, che non si riscontrano in nessuna
delle altre opere riguardanti temi tedeschi, come quelle sul modo di vestire
dei Germani o sull' archeologo Ludviig
Curtius.
Quanto al fascismo, la relatrice ha indicato con chiarezza l'apparente
incoerenza del Pasquali, che nel 1925 aderì al
manifesto crociano degli intellettuali
antifascisti, pur mantenendo rapporti sia col De Sanctis
sia con Giovanni Gentile nella realizzazione dell'Enciclopedia Italiana.
E va qui sottolineata l'interpretazione che
ella dà dell'atteggiamento del De Sanctis, che
avrebbe rifiutato soprattutto la concezione fascista dello Stato unitario in
quanto avversa a uno Stato pontificio, al quale il grande storico
dell'antichità si sentiva legato per retaggio familiare. Ora, si sa che
il Pasquali giurò fedeltà allo Stato fascista, come
la stragrande maggioranza dei professori universitari, nel 1931 e che
s'iscrisse al partito nazionale fascista nel 1934.
Per la Coppola, sulla scia di Luciano Canfora, l'adesione
sarebbe stata solo alle matrici culturali dei fascismo come forza
patriottica derivante da Risorgimento e Unità d'Italia.
S'innesta qui la già da me ricordata questione del saggio sulla grande Roma”
dei Tarquini, che nell'affermare una precoce
potenza romana e un'apertura alla cultura ellenica era
certamente gradito a un'ideologia che, nell'anno 1936, celebrava un
sorta di acme dello stato italiano assurto all'impero.
Concludendo la sua relazione, la Coppola ha legato la scelta
pasqualiana del 1934 a "una posizione concettuale
largamente dominante", tuttavia non accettata supinamente, ma rielaborante
personalmente lo "spirito culturale del tempo" e
traducentesi in" lettura del presente con gli occhi dell'antico, nel
totale rispetto degli studi classici"
Spunto ghiotto per ulteriori riflessioni e
discussioni.
Paolo Pellegrini, dottore di ricerca in filologia umanistica nell'Università
Cattolica di Milano, ha fatto onore a Belluno, sua città nativa così come lo
ha fatto la Coppola, che ne è stata
cittadina. per anni, prima del trasferimento a
Padova.
In certo modo, il Pellegrini ha ricordato
l'impostazione espositiva della Goldin, perché ha
fatto rivivere la figura del Pasquali attraverso quella di un altro egregio
studioso che aveva raccolto prima la piena stima e poi la sincera amicizia del
docente fiorentino. Con la relazione Giorgio Pasquali e Giuseppe
Billanovich è stata,
infatti, ripercorsa la lunga serie di contatti scientifici e familiari fra due
filologi di grande acume critico, che si erano scoperti affini nel metodo
d'indagine sulla tradizione manoscritta di testi classici e medioevali fin da
quando il Billanovich, inizialmente votatosi con
successo a studiare Teofilo Folengo e apprezzato
in ciò dal più anziano Pasquali, s'era volto a ricerche sul
Petrarca e su Tito Livio.
Come il Pasquali andava da tempo sostenendo che la
ricostruzione di un testo di antichità classica non poteva prescindere dalla
conoscenza delle sue vicende successive fino all'età stessa dei suoi studiosi,
così il Billanovich dichiarava che scrittori come
"il perfido, eterno Petrarca " 7 o il grande,
Livio dovevano essere non ridotti a oggetto di una
pura raccolta di varianti testuali fra le quali occorresse operare le scelte
entro un lavoro di collazione paragonabile a " un magazzino di varianti", ma
considerati "una miniera di storia " .8
Per ambedue gli studiosi dunque, come già si è visto a proposito della
testimonianza foleniana sul
Pasquali, la filologia non andava costretta entro ciò che con felice
immagine il Pasquali chiamava "la muraglia. cinese"
che serra e soffoca la filologia classica"9 :parole fatte proprie dal
Billanovich.
Ma ciò, come ha sottolineato il relatore,
significava anche che il Pasquali era contrario a una specializzazione
eccessiva della filologia classica: posizione che il Pellegrini ci ricorda
condivisa da Sebastiano Timpanaro l0 e dal
Billanovich energicamente proclamata in un
convegno leccese del 1984, dove tra l'altro
auspicava "una convinta quadruplice alleanza tra paleografia e filologia
medioevale e umanistica, filologia classica e storia della letteratura
italiana"11: auspicio giustamente rievocato di recente da Giorgio
Bernardi Perini.12
Non era certo adesione metodologica al crocianesimo!
E mi si consenta di ricordare che, proprio nella
mia Università, dette mirabile esempio di filologia classica a larghi
orizzonti il mio caro amico Alfonso Traina prima di ritornare alla sua Alma
Mater bolognese.
Ancora una consonanza con un punto della relazione
foleniana della Goldin: l'importanza
didattico-scientifica dei seminari,
stimolanti il pensiero autonomo e invitanti alla
pur faticosa ricerca in ogni ambiente possibile, principalmente biblioteche e
archivi, accanto ai quali porrei anche i musei con le loro collezioni di
manufatti, di epigrafi, di monete e di quanto altro consente l'indagine
approfondita del nostro passato e il confronto utilissimo con il nostro pur
tanto diverso presente, senza dimenticare l'osservazione diretta di monumenti
e ogni altro elemento ambientale.
Il tema della quinta relazione su La cu1tura classica tra il nuovo e
l'antico è stato vivacemente svolto da Fabrizio Polacco, docente di lettere
italiane e latine nel Liceo scientifico "Vian" di
Bracciano (Roma) e coordinatore nazionale del Progetto per la Rivalutazione
dell'Insegnamento e dello Studio del Mondo Antico (PRISMA).
Nel titolo proposto dal Polacco, in apparenza, non era riferimento alcuno
al Pasquali.
E in effetti l'inizio della relazione, dove non si
mancava di sottolineare l'indipendenza del citato Progetto da ideologie,
partiti e schieramenti politici, ha mirato a deprecare la riforma del 1996 a
proposito dei programmii scolastici, imperniati
sulla "distruzione della memoria storica, che prepara, che pone le premesse
della distruzione anche fisica del passato".
Ma subito dopo è emerso il nome del Pasquali come
di personalità ben conscia "dei rischi di esclusivismo e di sterilità presenti
in ogni specializzazione", per la sua carica di "fanatismo".
Il Polacco ricorda che quest'ultimo termine
era stato usato da Alberto
Savinio, figura eminente per eclettismo culturale, scomparsa nell'anno
stesso del Pasquali e a questi avvicinabile per apertura di interessi nel
campo del sapere. Tali richiami del Polacco basterebbero da soli a farne
ritenere legittima la sua presenza fra i relatori in un convegno, dedicato al
Pasquali: convegno in cui sono state denunciate l'
involuzione culturale odierna, la candida estraneità della maggioranza
studentesca ai valori dell'antichità classica, l'ignoranza delle radici
antiche di termini e concetti sociopolitici
correnti e talora usati equivocamente, l'esaltazione eccessiva di una storia
ristretta a confini regionali e dimentica del fatto che le nostre "cento
città" sono state permeate priua o poi, da almeno
tre culture di portata tendenzialmente universale: quella greca, quella
latina, quella umanistico-rinascimentale”. E
ancora con il Pasquali si chiude la relazione, che
lo addita a modello d'insegnante per passione culturale, entusiasmo,
poliedricità di visione, rigore, didattica garbata
e fascinosa: " è di persone simili che la cultura classica, ma anche il
nostro tempo, hanno bisogno".
Sono parole che volentieri pongo a suggello del riuscito
convegno.
Note
l
) Fax del 4 novembre 2002 a Rosetta Cannarella
Girotto.
2) Biglietto del 28 novembre 2002
3)"Nuova Antologia", 16 agosto 1936, pp. 405-416. Ristampe con note in Terze
Pagine stravaganti, Firenze 1942, pp.1-24; Pagine
stravaganti, Firenze II, 1968,pp.5-21.
Vd
anche F. Cassola,
Pasquali e la storia antica, in Giorgio pasquali e la filologia classica del
Novecento, Atti del Convegno Firenze -Pisa
,2-3 dicembre 1985, a cura di
F.Bornmann, Firenze 1988,pp.172-177.
4)La Roma dei Tarquini, "
Athenaeum", 86,1998,pp.5-12,
ristampa in Roma arcaica. Storia e storiografia, Roma 2000,pp.235-243,con
vari rinvii bibliografici.
Vd.anche
Fr. De Caprariis-F.Zevi, L'edilizia pubblica e
sacra, in Roma imperiale. Una metropoli antica, a cura
di E. Lo Cascio, Roma
2000, ristampa 2001, p. 309, nota 2 (a p. 249 è da rilevare il titolo
del paragrafo 7,1: La "grande Roma dei Tarquinii"
e la definizione dello spazio urbano).
5) I passi del Folena qui citati sono tratti dalla
sua Premessa a G. Pasquali, Lingua nuova ed antica.
Saggi e note, a cura di G.
Folena, Firenze, 2a ed., 1985, pp.
V-XII. Già in Per Giorgio Pasquali.
Studi e testimonianze,
a cura di L. Caretti,
Pisa 1972, pp. 50-70.
6) M. Valgimigli. - P. Pancrazi, Storia di
una amicizia Scelta dal carteggio inedito a
cura di M.V. Ghezzo., Milano 1968, ristampa 2003,
p. 84.: lettera del 20 gennaio 1943; cfr.
pp. 43-44: lettera del 16 maggio 1937.
Per il Pasquali un Ricordo dell' amico fu
scritto dal Valgimigli ne "Il Resto del Carlino"
del 18 settembre 1954, con ristampa in Carducci allegro, Bologna 1955, pp.
114-119 e 2 ed., con sottotitolo Prose e interventi tra classici e moderni
a cura di M.V. Ghezzo, 1968, pp. 242-246;
vd. pure Uomini e scrittori del mio tempo, Firenze,
2 ed., 1965, pp. 509-512.
Interessanti accenni al Pasquali da parte del
Pancrazi, che lo seguì nella morte il 26 dicembre 1952, sono nel citato
carteggio con il Valgimigli:- pp. 27-28, 59,
61,97,143. " Patriarca della filologia italiana" è definito
il Pasquali da V. Fumarola commemorante il suo
maestro Carlo Diano ne "Il Giornale di Vicenza" del 19 febbraio 2002, con
ristampa intitolata Carlo Diano, il_grecista
che ha rivoluzionato l'intera cultura classica, "Magna
Graecia", 37,1-2, gennaio-giugno2002.
p. 17. "Filologia italiana" va qui intesa non
in senso specifico e restrittivo,ma come disciplina
storica unitariamente concepita, sulla linea appunto
pasqualiana: cfr.
Càssola, Pasquali…., pp.159-160.
7) Lettera al Pasquali del 21 luglio 1941.
Vd. Accademia della Crusca,
Carteggio Billanovich -Pasquali, n° 426.
8) Così in La tradizione del testo di Livio e
le origini dell' Umanesimo,
Padova 1981, I, p. l.
9 Storia della tradizione e critica del testo, Firenze, 2 ed.,
1952, p. XX1V = ristampa Milano1974; 3 ed., a cura di G.
Folena, Firenze 1988, p.XX ?
10 Giorgio Pasquali, in Letteratura italiana.I
critici, Milano,
III,1969, pp.1817-1818
11 Le tradizioni dei classici latini e la letteratura italiana tra Medioevo e
Umanesimo, Atti del convegno di Lecce 22-26 ottobre 1984 su La critica
del testo: problemi di metodo ed esperenze di
lavoro, Roma 1985, p. ,04;
cfr. Il testo di Livio da Roma a
Padova, a Avignone, a
Oxford, "Italia medioevale e umanistica", 32,1989, p. 79.
12 Giuseppe Billanovich 1913-2000, "Quaderni
folenghiani", 3, 2000-2001: Quid plus
amicitia?, a cura
di M. Chiesa e Cl. Marangoni, p. 183; 2 ed. con titolo
Un ricordo di Giuseppe Billanovich (1913-2000),
"Studi petrarcheschi", 15, 2002, p.14.
Franco Sartori Professore emerito
Università di Padova