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Commissione provinciale di storia
Convegno Pasquali

PRESENTAZIONE

Bruscamente e tragicamente il 9 luglio 1952 la crudeltà del destino, come non pochi ancora ricordano, nella bellunese piazza Piloni, stroncò l'esistenza operosa di Giorgio Pasquali, uno dei maggiori filologi, non soltanto italiani e non soltanto classici, del XX secolo. Con quella morte quasi subitanea, che turbò amici e colleghi universitari e colpì assai anche il mondo bellunese, s'interruppe il fedele ed estivo legame che, da molti anni ,univa l'eminente studioso sia alla città di Belluno sia agli ambienti di Cortina d'Ampezzo.
Nel cinquantenario della dolorosa scomparsa, il Liceo Classico Tiziano, scuola di lunga tradizione umanistica, ha voluto rendere omaggio all'eminente filologo, dedicandogli una giornata di studi ed invitando discepoli diretti del Pasquali e altri studiosi che lo avessero conosciuto o ne avessero studiato l'ampia produzione scientifica, affinchè, nella città, in cui si era spento, se ne rievocasse la memoria in forma degna del suo alto magistero universitario romano, messinese, pisano e fiorentino. Magistero che formò , alla scuola Normale Superiore di Pisa, anche l'attuale Presidente della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio Ciampi.
All'iniziativa della scuola hanno subito aderito l'Assessorato alla Cultura del Comune di Belluno, la Biblioteca Civica, l 'Associazione ex alunni del Tiziano  e chi scrive, il cui compito, inizialmente fu quello di contattare studiosi e personalità del mondo accademico in Italia e all'estero.
Nel corso della mia ricerca, ovunque ricevetti parole di vivo consenso all'iniziativa, ma purtroppo di altrettanto vivo rammarico, perché obblighi, precedentemente assunti, vietavano ad alcuni degli interpellati di assicurare una presenza fisica, mentre ad altri la data prevista (6 Dicembre 2002) offriva di per se stessa prospettive climatiche non sempre gradevoli in una località circondata dai monti.
Fu così giocoforza rinunciare alla presenza di Umberto Albini, scolaro diretto del Pasquali, perché impegnato in Siracusa per l'Istituto del Dramma antico, nonché a quelle dei pasqualiani Maria Luisa Altieri Biagi e Manfredo Manfredi.
Queste, peraltro giustificate, assenze impedirono che giungessero a Belluno voci delle Università di Genova, Bologna e Firenze. Non andò a buon fine nemmeno il mio invito personale a Rainer Thurnher dell'Università di Innsbruck, dal quale ci si sarebbe potuta aspettare una comunicazione sulla dibattutissima questione della Settima Lettera platonica, cui il collega enipontano aveva dedicato, nel 1975, un'interessante monografia, acquisendo in tal modo legittimo posto in un àmbito annoverante il noto libro pasqualiano sulle Lettere platoniche (1938), al quale, nel 1947, segui quello diversamente impostato del mio maestro liceale e poi cattedratico cagliaritano e torinese, Antonio Maddalena.
Per qualche tempo ci arrise la speranza che arrivasse a Belluno Carlo Ferdinando Russo, scolaro del Pasquali, figlio dell'eminente italianista Luigi, cattedratico universitario in Bari e direttore della nota rassegna di varia umanità "Belfagor".1
Gli organizzatori bellunesi e io stesso contavamo di avere in lui il moderatore ideale della manifestazione e confidavamo addirittura in una sua relazione. Ma all' inizio di novembre, con nostro vivo dispiacere, egli scrisse di non volersi assentare da Bari così prossima alle aree colpite gravemente dai recenti fatti sismici molisani, perché non gli pareva giusto "lasciare, anche solo per qualche giorno, i luoghi ove sono insegnante dal 1950 e dove anche intervengo talvolta come persona ”civile-belfagoriana"
Alla fine dello stesso mese, mi scrisse per ribadire il disappunto di non poter essere a Belluno e per accennarmi a un pur lieve malanno fisico ostacolante la deambulazione. 2
A lui dobbiamo essere grati per numerosi suggerimenti, in particolare per averci indicato come possibile re latore Gian Paolo Marchi, ordinario di letteratura italiana nell'Università di Verona.
Sfumata la lusinghiera possibilità di avere come coordinatore del convegno uno studioso di grande autorità qual è il Russo, assunsi io quel compito, sebbene per la mia specifica qualificazione professionale, non mi sentissi proprio di essere il più adatto a svolgerlo in campo fondamentale filologico.
Mi rasserenò il pensiero che lo stesso Pasquali aveva della filologia un concetto tutt'altro che riduttivo e che nella sua vasta opera i problemi storici erano componente essenziale della sua riflessione.
Un esempio fra i molti è dato dal notissimo saggio La grande Roma dei Tarquinii del 1936, inteso a dimostrare che già, nel VI secolo a.C., Roma era una potenza considerevole in  ambito mediterraneo per i suoi rapporti con Cartagine e con il mondo greco e per la funzione del suo porto tiberino nel commercio del legname. Quel saggio esercitò a lungo grande influenza negli studi sulla Roma regia e la sua lettura resta stimolante anche oggi, benché le sue conclusioni siano state sottoposte in anni recenti a non trascurabili critiche, com’è dimostrato dalla discussione degli argomenti addotti dal Pasquali, sviluppata da Emilio Gabba.
Resta comunque il fatto che per il Pasquali la filologia non era un hortus conclusus riservato a "élites" di specialisti, ma, in una visione di genesi platonica, si configurava come scienza della parola esprimente ogni forma del pensiero umano e perciò attiva in tutti ì fenomeni storici.
Risultata impossibile la partecipazione congressuale dì allievi diretti dell'insigne studioso, ci si rivolse a generazioni più giovani, dalle quali vennero cinque ragguardevoli contributi, imperniati, forse giustamente, più sulla personalità globale che su singoli scritti del Pasquali.
Questo fu dunque l'antefatto del convegno che, alla data stabilita, si svolse nella sala intitolata all'educatrice bellunese Pierina Boranga, nel palazzo Crepadona.
Con appropriate parole, lo aprì il Vicesindaco a nome dell'Amministrazione comunale di Belluno in. un'atmosfera che ebbe un momento di solennità, quando fu letto il messaggio del Presidente Ciampi, dove l'allievo di anni lontani rendeva omaggio" all'erede e continuatore della nostra grande tradizione classica, raffinato grecista", trasmettitore di "un prezioso patrimonio di studi che esalta l'influenza della civiltà umanistica sull'italianistica": giudizio consentaneo allo spirito ani- matore del convegno.
Spettò a Daniela Goldin Folena, professore straordinario di letteratura italiana nell'Università di Padova, l'impegno della prima relazione. La qualificavano due motivi: il titolo Maestri e allievi: la scuola di Pasquali e la circostanza che da lei, moglie del compianto Gianfranco Folena, diretto allievo pasqualiano e a sua volta insigne maestro di storia della lingua  italiana e dì fìlologia romanza, potevano essere offerti agli uditori echi numerosi e precisi. del magistero pasqualiano nel ricordo anche scritto del Folena, per un quarantennio docente nell'Università di Padova e promotore instancabile di non poche iniziative culturali di alto  livello.
La Goldin ha saputo ripercorrere, anche come scolara  del Folena, il rapporto scientifico che unì i due maestri "veri", come li ha bene definiti, che della cultura facevano "veicolo di verità" attraverso la collegialità della ricerca realizzata nei seminari creatori di allievi e spazianti su varietà di problemi senza vincoli burocratici di contenuti disciplinari, ossia senza steccati fra gli insegnamenti, in una sorta di "polifonia" tanto cara al Folena. E del Pasquali sono stati così rievocati i singolari contatti iniziali con gli studenti, intesi a conoscerne "l'eziologia domestica", la realtà che circonda e spesso condiziona l'uomo fin dal suo nascere, la convinzione che in tutte le scienze "l'oggetto [...] rimane sempre l'uomo", bisognoso di cognizioni sicure di sintassi e lessicologia, senza eccesso d'interpretazioni o caratterizzazioni psicologiche.
Per queste e altre tematiche di non minore interesse .la Goldin si è mossa opportunamente attraverso illuminanti pagine foleniane, che contrastano spesso con odierne tendenze improntate a superficialità e facilismi didattici, e ha ripetuto giustamente il giudizio del suo maestro: " Pasquali in ogni sua pagina sapit philologum ( ma un filologo così poco libresco e accademico, e così sperimentale), e sempre poi il filologo sapit hominem"
Egli guardava attento a qualsiasi possibilità di esperienza gli venisse dal mondo nel quale gli capitava di trovarsi," in un dialogo fitto e pieno di simpatia umana, spesso ripreso a distanza di tempo con nuovi elementi" .
Nel 1985, come ha..rievocato la Goldin, il Folena scrisse che, a cent'anni dalla nascita del .suo maestro "la forza del filologo sovrano antico-moderno e l' attualità del suo insegnamento universitario e umano non appaiono certo affievolite, né minimamente si appanna il ricordo di lui, nonostante il correre degli anni e lo sfoltirsi della cerchia dei testimoni".5
Diciott'
anni più tardi, per merito della Goldin, è possibile confermare tale giudizio, del quale la riconoscente celebrazione bellunese rimane testimonianza emblematica.
L'accenno del Presidente Ciampi al rapporto fra civiltà umanistica e italianistica. ha trovato amplissimo riscontro nella relazione di Gian Paolo Ma:rchi : Giorgio.Pasquali a cinquant ' anni dalla scomparsa. Il contributo all'italianistica di un fìlologo classico.
Sottolineata
la compresenza di lingua volgare e di1ingua latina dai primi documenti in volgare all'opera di Giovanni Pascoli, egli ha discusso e chiarito l'uso di rinvii, citazioni, fìligrane e allusioni da parte dei poeti come mezzo per aggiungere alle loro creazioni quella "carica emotiva di cui il lettore già dispone sulla base di precedenti incontri poetici" e, dopo avere definito la poesia imparagonabile espressione di un sentimento individuale", ha dato giusto rilievo al fatto che il Pasquali cercava nella poesia dotta non reminiscenze, ma allusioni, evocazioni e citazioni capaci di produrre nel lettore l'effetto voluto dal poeta, soltanto qualora il lettore ricordasse i testi richiamati: situazione riscontrabile pure nella musica e nelle arti figurative.
Di fronte alla nota questione fino a qual punto il Pasquali si possa dire filologo, il Marchi si è dimostrato più propenso alla tesi che fosse" più filologo che critico", ma che filologia e critica fossero in lui "operazioni inscindibili".
Di qui, breve è stato il passo alla considerazione del Pasquali nell'ambito dell'italianistica, dove il maestro fiorentino negava al Petrarca la ricorrente definizione di "Vater der Neuzeit"(capostipite della modernità) o di "rappresentante  schietto del Rinascimento", mentre lo riteneva nella scia. della tradizione classica barocca, alla quale il Marchi ha. aggiunto echi agostiniani non estranei nemmeno a Tommaso d'Aquino.
Su questi argomenti si potrebbe a lungo discutere, anche perché è noto che le idee del Pasquali incontrarono autorevoli dissensi, per esempio quello di Benedetto Croce, su cui si possono leggere testimonianze di Pietro Pancrazi nella corrispondenza con il mio caro maestro Manara Valgimigli, pure lui tanto sensibile a proposito della natura e dei compiti della filologia, che " ha torto, quando non si risolve in poesia (nei casi in cui avrebbe questo obbligo)".6
Per restare all'italianistica, mi limito a menzionare qualche punto ulteriore toccato dal Marchi nella sua bella relazione: il Pasquali nutriva altissima stima di Michele Barbi per il libro  La nuova filologia e l'edizione dei nostri scrittori da Dante a Manzoni( 1938); s'impegnava in critica a scritti di grammatica e linguistica; esprimeva valutazioni positive di Giovanni Pascoli e Gabriele d'Annunzio, mentre contestava certi toni di degnazione paternalistica o di prassi educativa nel Cuore di Edmondo de Amicis.
Importante è l'opinione sul Pascoli, cui, come ha osservato il Marchi, il Pasquali riconosceva sensibilità modernissima espressa con strumento  linguistico latino.. E, proprio riflettendo sul latino pascoliano, il grande classicista sarebbe giunto a formulare una delle sue tesi più significative, in polemica con i negatori di "una poesia in lingua morta", espressione alla quale egli contrapponeva un concetto degno di attenta discussione: "Poesia di lingua morta, dunque, non esiste; o forse ogni poesia è di lingua morta"
Per il Marchi questa sentenza va considerata ," la sua più alta intuizione di filologo e di lettore di poesia". Il che è come dire che, proprio in una lingua morta o creduta tale, può risiedere la forma eccelsa della poesia. Paradosso o verità?
Trattando di Giorgio Pasquali,un intellettuale e il suo tempo (titolo sostituito a quello inizialmente proposto: 1ntervento stravagante), Alessandra Coppola, professore straordinario di storia greca nell'Università di Padova, ha voluto affrontare due argomenti dai delicati risvolti nella biografia pasqualiana: lo stretto legame dell'insigne filologo con il mondo culturale tedesco, a lui ben noto per soggiorni a Gottinga e Berlino; la sua posizione nei confronti del fascismo.
Ma l'indagine non ha omesso altri non trascurabili punti, che rapidamente segnalo: i giudizi sul Pasquali da parte di Gaetano De Sanctis, che nel 1914 lo diceva " nemico delle sette e degli imbrogli " (e tale fu sempre il Pasquali), e di Arturo Carlo Jemolo, che nel 1969 ne sottolineava la recisione talora perfino ingiusta nel giudicare, ma "con una schiettezza che disarmava"; gli studi pasqualiani su Callimaco in polemica con il Kalypso (1914) di .Aldo Ferrabino, mio futuro maestro in Padova, e il connesso interesse per Cirene greca (1915), in tempi di colonialismo italiano in Libia .
Ma ritorniamo ai due argomenti di fondo. La simpatia per la vita e la cultura tedesca dovette. influire sulla condivisione pasqualiana del neutralismo desanctisiano nella prima guerra mondiale, dopo la quale, nel 1920, .come ha notato la Coppola, rimase intatto l'attaccamento a un inondo che rischiava di scomparire., quello che, almeno in ambito scientifico, era stato tipico della Germania imperiale.
La nostalgia appare manifesta in un libro sui socialisti tedeschi, che dimostra l'apertura di orizzonti problematici propria del pur professionalmente filologo.
La Coppola ha escluso, credo giustamente, che il Pasquali nutrisse simpatie per il nazismo, che non si riscontrano in nessuna delle altre opere riguardanti temi tedeschi, come quelle sul modo di vestire dei Germani o sull' archeologo Ludviig Curtius.
Quanto al fascismo, la relatrice ha indicato con chiarezza l'apparente incoerenza del Pasquali, che nel 1925 aderì al manifesto crociano degli intellettuali antifascisti, pur mantenendo rapporti sia col De Sanctis sia con Giovanni Gentile nella realizzazione dell'Enciclopedia Italiana.
E va qui sottolineata l'interpretazione che ella dà dell'atteggiamento del De Sanctis, che avrebbe rifiutato soprattutto la concezione fascista dello Stato unitario in quanto avversa a uno Stato pontificio, al quale il grande storico dell'antichità si sentiva legato per retaggio familiare. Ora, si sa che il Pasquali giurò fedeltà allo Stato fascista, come la stragrande maggioranza dei professori universitari, nel 1931 e che s'iscrisse al partito nazionale fascista nel 1934.
Per la Coppola, sulla scia di Luciano Canfora, l'adesione sarebbe stata solo alle matrici culturali dei fascismo come forza patriottica derivante da Risorgimento e Unità d'Italia.
S'innesta qui la già da me ricordata questione del saggio sulla grande Roma” dei Tarquini, che nell'affermare una precoce potenza romana e un'apertura alla cultura ellenica era certamente gradito a un'ideologia che, nell'anno 1936, celebrava un sorta di acme dello stato italiano assurto all'impero.
Concludendo
la sua relazione, la Coppola ha legato la scelta pasqualiana del 1934 a "una posizione concettuale largamente dominante", tuttavia non accettata supinamente, ma rielaborante personalmente lo "spirito culturale del tempo" e traducentesi in" lettura del presente con gli occhi dell'antico, nel totale rispetto degli studi classici"
Spunto ghiotto per ulteriori riflessioni e discussioni.
Paolo Pellegrini, dottore di ricerca in filologia umanistica nell'Università Cattolica di Milano, ha fatto onore a Belluno, sua città nativa così come lo ha fatto la Coppola, che ne è stata cittadina. per anni, prima del trasferimento a Padova.
In certo modo, il Pellegrini ha ricordato l'impostazione espositiva della Goldin, perché ha fatto rivivere la figura del Pasquali attraverso quella di un altro egregio studioso che aveva raccolto prima la piena stima e poi la sincera amicizia del docente fiorentino. Con la relazione Giorgio Pasquali e Giuseppe Billanovich è stata, infatti, ripercorsa la lunga serie di contatti scientifici e familiari fra due filologi di grande acume critico, che si erano scoperti affini nel metodo d'indagine sulla tradizione manoscritta di testi classici e medioevali fin da quando il Billanovich, inizialmente votatosi con successo a studiare Teofilo Folengo e apprezzato in ciò dal più anziano Pasquali, s'era volto a ricerche sul Petrarca e su Tito Livio.
Come il Pasquali andava da tempo sostenendo che la ricostruzione di un testo di antichità classica non poteva prescindere dalla conoscenza delle sue vicende successive fino all'età stessa dei suoi studiosi, così il Billanovich dichiarava che scrittori come "il perfido, eterno Petrarca " 7 o il grande, Livio dovevano essere non ridotti a oggetto di una pura raccolta di varianti testuali fra le quali occorresse operare le scelte entro un lavoro di collazione paragonabile a " un magazzino di varianti", ma considerati "una miniera di storia " .8
Per ambedue gli studiosi dunque, come già si è visto a proposito della testimonianza foleniana sul Pasquali, la filologia non andava costretta entro ciò che con felice immagine il Pasquali chiamava "la muraglia. cinese" che serra e soffoca la filologia classica"9 :parole fatte proprie dal Billanovich.
Ma ciò, come ha sottolineato il relatore, significava anche che il Pasquali era contrario a una specializzazione eccessiva della filologia classica: posizione che il Pellegrini ci ricorda condivisa da Sebastiano Timpanaro l0 e dal Billanovich energicamente proclamata in un convegno leccese del 1984, dove tra l'altro auspicava "una convinta quadruplice alleanza tra paleografia e filologia medioevale e umanistica, filologia classica e storia della letteratura italiana"11: auspicio giustamente rievocato di recente da Giorgio Bernardi Perini.12
Non era certo adesione metodologica al crocianesimo! E mi si consenta di ricordare che, proprio nella mia Università, dette mirabile esempio di filologia classica a larghi orizzonti il mio caro amico Alfonso Traina prima di ritornare alla sua Alma Mater bolognese.
Ancora una consonanza con un punto della relazione foleniana della Goldin: l'importanza didattico-scientifica dei seminari, stimolanti il pensiero autonomo e invitanti alla pur faticosa ricerca in ogni ambiente possibile, principalmente biblioteche e archivi, accanto ai quali porrei anche i musei con le loro collezioni di manufatti, di epigrafi, di monete e di quanto altro consente l'indagine approfondita del nostro passato e il confronto utilissimo con il nostro pur tanto diverso presente, senza dimenticare l'osservazione diretta di monumenti e ogni altro elemento ambientale.
Il tema della quinta relazione su La cu1tura classica tra il nuovo e l'antico  è stato vivacemente svolto da Fabrizio Polacco, docente di lettere italiane e latine nel Liceo scientifico "Vian" di Bracciano (Roma) e coordinatore nazionale del Progetto per la Rivalutazione dell'Insegnamento e dello Studio del Mondo Antico (PRISMA).
Nel titolo proposto dal Polacco, in apparenza, non era riferimento alcuno al Pasquali.
E in effetti l'inizio della relazione, dove non si mancava di sottolineare l'indipendenza del citato Progetto da ideologie, partiti e schieramenti politici, ha mirato a deprecare la riforma del 1996 a proposito dei programmii scolastici, imperniati sulla "distruzione della memoria storica, che prepara, che pone le premesse della distruzione anche fisica del passato".
Ma subito dopo è emerso il nome del Pasquali come di personalità ben conscia "dei rischi di esclusivismo e di sterilità presenti in ogni specializzazione", per la sua carica di "fanatismo".
Il Polacco ricorda che quest'ultimo termine era stato usato da Alberto Savinio, figura eminente per eclettismo culturale, scomparsa nell'anno stesso del Pasquali e a questi avvicinabile per apertura di interessi nel campo del sapere. Tali richiami del Polacco basterebbero da soli a farne ritenere legittima la sua presenza fra i relatori in un convegno, dedicato al Pasquali: convegno in cui sono state denunciate l' involuzione culturale odierna, la candida estraneità della maggioranza studentesca ai valori dell'antichità classica, l'ignoranza delle radici antiche di termini e concetti sociopolitici correnti e talora usati equivocamente, l'esaltazione eccessiva di una storia ristretta a confini regionali e dimentica del fatto che le nostre "cento città" sono state permeate priua o poi, da almeno tre culture di portata tendenzialmente universale: quella greca, quella latina, quella umanistico-rinascimentale”. E ancora con il Pasquali si chiude la relazione, che lo addita a modello d'insegnante per passione culturale, entusiasmo, poliedricità di visione, rigore, didattica garbata e fascinosa: " è di persone simili che la cultura classica, ma anche il nostro tempo, hanno bisogno".
Sono parole che volentieri pongo a suggello del riuscito convegno.


Note

 l ) Fax del 4 novembre 2002 a Rosetta Cannarella Girotto.

2) Biglietto del 28 novembre 2002

3)"Nuova Antologia", 16 agosto 1936, pp. 405-416. Ristampe con note in Terze Pagine stravaganti, Firenze 1942, pp.1-24; Pagine stravaganti, Firenze II, 1968,pp.5-21.
Vd anche F. Cassola, Pasquali e la storia antica, in Giorgio pasquali e la filologia classica del Novecento, Atti del Convegno Firenze -Pisa ,2-3 dicembre 1985, a cura di F.Bornmann, Firenze 1988,pp.172-177.

4)La Roma dei Tarquini, " Athenaeum", 86,1998,pp.5-12, ristampa in Roma arcaica. Storia e storiografia, Roma 2000,pp.235-243,con vari rinvii bibliografici.
Vd.anche Fr. De Caprariis-F.Zevi, L'edilizia pubblica e sacra, in Roma imperiale. Una metropoli antica, a cura di E. Lo Cascio, Roma 2000, ristampa 2001, p. 309, nota 2 (a p. 249 è da rilevare il titolo del paragrafo 7,1: La "grande Roma dei Tarquinii" e la definizione dello spazio urbano).

5) I passi del Folena qui citati sono tratti dalla sua Premessa a G. Pasquali, Lingua nuova ed antica. Saggi e note, a cura di G. Folena, Firenze, 2a ed., 1985, pp. V-XII. Già in Per Giorgio Pasquali. Studi e testimonianze, a cura di L. Caretti, Pisa 1972, pp. 50-70.

 6) M. Valgimigli. - P. Pancrazi, Storia di una amicizia Scelta dal carteggio inedito a cura di M.V. Ghezzo., Milano 1968, ristampa 2003, p. 84.: lettera del 20 gennaio 1943; cfr. pp. 43-44: lettera del 16 maggio 1937.
Per il Pasquali un Ricordo dell' amico fu scritto dal Valgimigli ne "Il Resto del Carlino" del 18 settembre 1954, con ristampa in Carducci allegro, Bologna 1955, pp. 114-119 e 2 ed., con sottotitolo Prose e interventi tra classici e moderni a cura di M.V. Ghezzo, 1968, pp. 242-246; vd. pure Uomini e scrittori del mio tempo, Firenze, 2 ed., 1965, pp. 509-512.
Interessanti accenni al Pasquali da parte del Pancrazi, che lo seguì nella morte il 26 dicembre 1952, sono nel citato carteggio con il Valgimigli:- pp. 27-28, 59, 61,97,143. " Patriarca della filologia italiana" è definito il Pasquali da V. Fumarola commemorante il suo maestro Carlo Diano ne "Il Giornale di Vicenza" del 19 febbraio 2002, con ristampa intitolata Carlo Diano, il_grecista che ha rivoluzionato l'intera cultura classica, "Magna Graecia", 37,1-2, gennaio-giugno2002. p. 17. "Filologia italiana" va qui intesa non in senso specifico e restrittivo,ma come disciplina storica unitariamente concepita, sulla linea appunto pasqualiana: cfr. Càssola, Pasquali…., pp.159-160.

7) Lettera al Pasquali del 21 luglio 1941. Vd. Accademia della Crusca, Carteggio Billanovich -Pasquali, n° 426.

8) Così in La tradizione del testo di Livio e le origini dell' Umanesimo, Padova 1981, I, p. l.

9 Storia della tradizione e critica del testo, Firenze, 2 ed., 1952, p. XX1V = ristampa Milano1974; 3 ed., a cura di G. Folena, Firenze 1988,  p.XX  ? 

10 Giorgio Pasquali, in Letteratura italiana.I critici,  Milano, III,1969, pp.1817-1818

11 Le tradizioni dei classici latini e la letteratura italiana tra Medioevo e Umanesimo, Atti del convegno di Lecce 22-26  ottobre 1984 su  La critica del testo: problemi di metodo ed esperenze di lavoro, Roma 1985, p. ,04; cfr. Il testo di Livio da Roma a Padova, a Avignone, a Oxford, "Italia medioevale e umanistica", 32,1989, p. 79.

12 Giuseppe Billanovich 1913-2000, "Quaderni folenghiani", 3, 2000-2001: Quid plus amicitia?, a cura di M. Chiesa e Cl. Marangoni, p. 183; 2 ed. con titolo Un  ricordo di Giuseppe Billanovich (1913-2000), "Studi petrarcheschi", 15, 2002, p.14.

 Franco Sartori Professore emerito Università di Padova